mercoledì 17 luglio 2013

Tipicità e tradizione, una vera strategia di marketing?

Leggendo vari post sul web, o su fb, spesso trovo persone, operatori del settore che, parlando di pizza napoletana, si pongono dei quesiti nella forma "cos'è più importante, la ricetta o le materie prime?".

Stando alla formulazione di questo quesito, sembrerebbe che si possa scegliere tra le due alternative, mentre sappiamo benissimo che la pizza con i soli dettami della ricetta, trascurando totalmente le materie prime, difficilmente otterremmo i risultati previsti, quindi è chiaro che le due cose sono inscindibili.

Prima di argomentare ulteriormente, è bene capire qual è l’intento, il fine che si nasconde dietro questi dibattiti. L’intento si lega alla volontà di diffondere l’idea di “unicità” di un prodotto, la “pizza verace”, reperibile esclusivamente in un dato luogo, in questo caso Napoli e zone immediatamente limitrofe, lasciando credere che tutto il resto non è altro che contraffazione, imitazione, ecc., con lo scopo di sostenere la vendita di un prodotto facendo leva sulla tipicità e la sua storia.

Ovvero una sorta di strategia “casalinga” di marketing.

Premesso ciò, affermare che una pizza sia proprio quella, “verace di Napoli”, perché segue le direttive di una ricetta è alquanto pretenzioso.

In primo luogo, sappiamo bene che al variare della zona di produzione, del tipo di colture e della consistenza delle materie prime, varia anche il risultato della ricetta stessa. Per cui due pizze margherita prodotte in due pizzerie dello stesso rione con fornitori diversi, potranno essere simili ma mai identiche.

C'è da considerare, inoltre, il fatto che la tipicità di una data pietanza, nella sua esecuzione, non rispecchia mai un unico protocollo di produzione, perché quest’ultima varia al variare di chi la prepara.

In aggiunta a tutto ciò vi è da considerare che una ricetta di una pietanza tipica di un luogo si esprime con una certa sufficienza rispetto alla realtà.

Questo perché nel redigere una ricetta di una tipicità locale tramandata da generazioni, non si tiene mai conto di ogni singola preparazione e delle piccole differenze operate in ogni famiglia, in quanto azione impossibile.

Per cui, qui un quesito nasce spontaneo, ovvero, perché ostinarsi nel voler affermare l’autenticità di una tradizione attraverso una ricetta che si esprime solo attraverso una forma generica, abolendo tutte quelle sfumature territoriali?

Una seconda domanda: come si fa ad affermare la “veracità”, l’autenticità storica di un piatto, quando delle tecniche di produzione delle materie prime è rimasto ben poco o quasi nulla?

Il grano veniva coltivato con metodi che oggi non esistono più, le farine venivano prodotte con macchinari molto diversi rispetto a quelle odierne, ma anche tutto il resto degli ingredienti non sono più quelli di una volta. Quindi della tradizionale “ricetta” resta ben poco, cioè la procedura.

Stando a quanto detto, possiamo solo affermare che non esiste una pizza napoletana “verace”, ma semplicemente una pizza fatta a Napoli, con prodotti che spesso non provengono neanche dalla Campania, contrariamente a quanto accadeva un secolo fa.

A mio avviso, più che dibattere sulla “veracità” di un prodotto, sulla lievitazione, come se la pizza si riducesse al solo impasto, sarebbe più proficuo concentrarsi su come rendere la propria produzione migliore per attirare maggiori clienti.

Magari ponendo attenzione alla bontà e alla scelta degli ingredienti, ponendo la giusta importanza agli abbinamenti, valorizzando la propria produzione attraverso un aspetto maggiormente curato, evitando quelle frequenti, inutili e brutte macchie di bruciato.

Bisogna tener conto che il cliente non compra solo una pizza, compra tutto ciò che compone il servizio. Per cui, curare l’igiene e l’aspetto del proprio locale è importantissimo, insegnare al proprio personale come sorridere al cliente in modo autentico e non in modo artefatto, rende la relazione col cliente più piacevole, insomma, offrire un ambiente la cui atmosfera porta i clienti a vivere una piacevole esperienza, porta senz'altro ad un passaparola positivo.

Ma ciò che è più importante, è che la pizza la mangia il cliente e non chi la sforna, per cui ostinarsi a vendere un qualcosa che potrebbe non piacere alla maggior parte della gente è fatica e tempo sprecato.

Il cliente scegli di servirsi la dove gli conviene, il compito di chi offre un servizio è di creare una situazione di convenienza, dove per convenienza quasi mai si intende il prezzo più basso, anzi... 

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